Nella mia testa, orde di pensieri anarchici urlanti "il titolo di studio non conta niente!!" si scontrano con la consapevolezza improvvisa di una frustrazione autentica, derivante dall'avere quasi trent'anni e dal rendermi conto, in modo puramente estemporaneo, che non potrò mai andare al politecnico di milano.
Ho ingoiato qualche lacrima insieme al caffè macchiato, e ho contemplato quella che doveva essere l'immagine dell'infelicità urbana contemporanea: da sola in una casa disordinata, a bere caffellatte alle tre del pomeriggio, circondata dalle bollette che nessuno ha il tempo di andare a pagare (e c'è pure un campanile che suona a morto: ho il permesso divino di sguazzare qualche minuto nell'autocommiserazione).
Crisi! Mi affido alla memoria inconscia, in uno stato che potrebbe somigliare alla meditazione, perché quasi sempre mi indica la via. Perlomeno, recupero aderenza con me stessa.
Il cervello ha tirato fuori.... bè, ha tirato fuori questo:
Vado a lavorare. Il lavoro è l'unico mezzo che ho per cambiare le cose.
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