lunedì 24 ottobre 2011

Avete presente quando una storia finisce?
Sono tutti lì a parteggiare. Sì, è finita, ma se dovessi spiegare il perchè, direi "beh, è finita e basta"..oppure "mi sono stufata", senza scervellarmi troppo nella ripartizione delle responsabilità. Succede, punto.
E' naturale che ho dei buoni motivi per averne strapiene le palle - e suppongo che anche lui ne abbia - mi stressa solo il pensiero di aver perso tempo. Non tutto il tempo - è ovvio - ma gli ultimi mesi sì, perchè ho lasciato che accadesse. Ho voluto farmi il cosiddetto mazzo a tarallo per la gloria di farmi rimpiangere come l'ex più risolutiva e resistente e la donna più sincera che lui abbia mai conosciuto da vicino. Ho perso tempo perchè ho risposto al mio personalissimo istinto di sopravvivenza sociale, che mi suggerisce sempre di guadagnare crediti prima di decidere il peggio, raggiungendo la posizione di chi non si deve mai giustificare.
La libertà di restare ha un prezzo in termini di fatica; la libertà di partire arriva a costare il doppio, in special modo se sei femmina.
Tradotta in azioni più o meno pratiche, libertà vuol dire aver mantenuto un margine di indipendenza totale per tutto il tempo, aver realizzato autonomamente che quello che vivo in questo ottobre non corrisponde alla mia idea di rapporto di coppia, averne parlato. Non ho mai finto. Ho voluto arrivare fin qui, adesso voglio smettere.
(smettere? E io come faccio? Te lo leggo in faccia che stai pensando a come potrai fare adesso, e non al perchè è successo). Eppure, fateci caso, l'accusa di egoismo se la becca sempre colui che per primo affronta il discorso. Se a prendere la decisione è lei, si coglie l'occasione per darle anche della troia. Fortunatamente non è questo il caso: il dalai è una personcina educata. Pigra, ma educata.
D'altra parte anche io sono abbastanza educata da non piazzare corna a chi non se le merita.

Che altro serve? Voglio dire: quale altra motivazione serve?

E poi, cosa sono queste facce da funerale?



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